“Perché fai quello che fai?”

Tempo fa posi una domanda ai miei affiliati italiani: “Perché hai deciso di aprire un centro Rugbytots?” 

La stragrande maggioranza rispose di voler aderire in questo modo ad una sorta di “missione di vita”, di fare la propria parte nel dare al bambino degli input, creare dei riferimenti positivi, delle prime esperienze vere di gruppo.

Provando a mettere insieme le loro risposte, verrebbe fuori qualcosa che suona così:

Mi sono avvicinato a Rugbytots per il senso superiore di contribuire alla crescita dei bambini, alla loro educazione, mi sono sentito come parte di un grande progetto di vita, che prende per mano il bambino a 2 anni e, per i successivi tre, lo accompagna in un percorso di crescita in cui anche io posso fare la mia parte, lasciando una traccia nella sua memoria, sperando che se ne ricordi quando crescerà, ogni volta che avrà a che fare con altre persone.

Questo fu un bel regalo per me e per tutti quelli che lavorano dietro le quinte in Rugbytots in Italia come nella casa madre, in Inghilterra.

Lo scopo

Le persone fanno le cose fondamentalmente per 4 motivi:

  1. Al livello più basso, c’è chi fa le cose guidato dal dio denaro.
  2. Al livello successivo ci sono quelli che fanno le cose per interesse personale.
  3. Un po’ più su ci sono quelli che sono guidati da un interesse per il gruppo.
  4. Al livello più alto, ci sono quelli che invece sanno di poter essere di aiuto ad un target di persone specifico.

 

Questi ultimi prendono atto di un problema e sono profondamente convinti di poterlo risolvere. Questo aspetto è centrale, perché le persone sono le persone, che fanno le aziende.   

“Le aziende sono fatte di persone”, quante volte hai sentito questa frase… Infatti una azienda fatta di persone mosse da scopi negativi fanno danni, le riconosci perché spesso nascono, fanno danni e muoiono molto presto.

Non sempre purtroppo.

Creare uno staff è come cercare pepite d’oro

La prima cosa che mi sono ricordato mentre il docente parlava è stata che tempo addietro, avevo visitato in una settimana tutti i centri affiliati accorpati in meeting regionali. 

In queste riunioni di solito ascolto i manager e i coach dei vari centri, che hanno così la possibilità di confrontarsi direttamente con noi e chiederci come superare qualche difficoltà nella gestione del team o a lezione o in mille altri aspetti. 

Una delle questioni più comuni era la difficoltà di creare un team stabile di coach: molti abbandonavano alle prime settimane, alcuni dopo qualche mese. Il manager dunque era sempre lì a mettere annunci di ricerca di nuovi coach.

Ora, creare un team stabile di collaboratori è – e sarà sempre – una problematica di qualunque attività, dal momento che i ragazzi oggi vogliono tutto e subito.

Proprio per questo, costruire uno staff è come stare col setaccio e cercare le schegge d’oro, stai tutto il giorno con la schiena curva e ogni tanto trovi una pepita. Questo è il lavoro del selezionatore di coach.

Perché fai quello che fai?

Avevo notato però che i manager con maggiori difficoltà a trattenere i coach erano quelli che davano per scontato che tutti i collaboratori facessero l’attività col loro stesso approccio al livello di contributo che loro avevano avuto nell’aprire un centro Rugbytots.

Non si erano mai interrogati sul perché quei coach fossero lì, né tanto meno avevano mai chiesto ai ragazzi stessi perché avessero creato le condizioni per trovarsi di fronte a dei bambini, insieme ai genitori, e se fossero consapevoli dell’enorme dono che avrebbero potuto fargli, lasciando a bimbi e genitori un’ispirazione con cui tornare a casa.

Per trasferire il concetto a quei manager mi venne in mente un gioco che avevo fatto con mia figlia che all’epoca aveva circa 6 anni.

A lei piacciono molto i giochi di parole e allora le proposi di andare dal nonno a chiederle: “Perché fai quello che fai?” Inutile dirlo ma quel giorno – e nei giorni successivi – la bambina fece questa domanda a tutti quelli che ci capitavano a casa o che incontravamo per strada. 

Avevo notato che molti – se non tutti – venivano colti di sorpresa e su due piedi non sapevano rispondere, salvo inventarsi risposte di circostanza.

Durante la prima tappa del tour mi venne di getto allora domandare a quei coach presenti in sala, davanti ai relativi manager di appartenenza: “Voi perché fate quello che fate?”

Mentre ci pensavano, li incalzai: “Perché siete qui oggi?”, “Perché fate lezione a questi bambini,  per arrotondare?”, “È perché non sapevate che fare o è per cosa?”

Quello che volevo fare era dare ai manager un input, perché facessero questo discorso all’inizio del rapporto, al colloquio iniziale. Se c’è un elemento che può aiutarti a capire quali collaboratori e capire chi tenere con te, e quali lasciar andare, credo sia proprio questo.

Il principio chiave di tutto. 

Se non comprendono il senso di quelle domande, allora lasciali andare, inutile proprio iniziare un rapporto di lavoro.

L’ispirazione per i nostri bambini

“Quello che vorrei d’ora in avanti” – ho poi proseguito – “è che durante la lezione – pur sapendo di non poter cambiare la vita del bambino in quei 30 minuti – coglieste ogni occasione possibile per trasmettere al bambino la mentalità: “Se ci provi, ci provi e ci provi ancora e non molli, prima o poi ci riesci”.

“L’altra grande traccia che dovreste imparare a lasciare al bambino è: Tu sei un piccolo rugbista e fai parte di una squadra. Questo vi dà la possibilità di trasferire al piccolo quel senso dello stare insieme agli altri e a fare le cose per la squadra, non per voi coach o perché “le deve fare” e dunque è qui che nasce il senso di responsabilità”.

Se facciamo questo, avremo contribuito a creare:

a. Un bimbo consapevole delle proprie potenzialità e che impara ad esprimerle.

b. Un bimbo con una identità definita, che sappia stare in un gruppo responsabilmente

È questo che fa la differenza tra un qualunque baby parking e Rugbytots.

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